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©2007/08 Simone Giacomelli
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LE TRACCE

NESSUNA IMMAGINE PUO' ESSERE LA REALTÁ
L'immagine è spirito, materia, tempo, spazio, occasione per lo sguardo. Tracce che sono prove di noi stessi e il segno di una cultura che vive incessantemente i ritmi che reggono la memoria, la storia, le norme del sapere.
Mario Giacomelli

… Apposta parlo di segni. Li potrei fare anche sulla carta, nel mare, ma sarebbero tutti voluti, quindi tutti falsi. A me interessano i segni che fa l'uomo senza saperlo, ma senza far morire la terra. Solo allora hanno un significato per me, diventano emozione. In fondo fotografare è come scrivere: il paesaggio è pieno di segni, di simboli, di ferite, di cose nascoste. È un linguaggio sconosciuto che si comincia a leggere, a conoscere nel momento in cui si comincia ad amarlo, a fotografarlo. Così il segno viene a essere voce: chiarisce a me certe cose, per altri invece rimane una macchia.
Mario Giacomelli

Io non credo che la morte chiuda certe storie, perché, se c'è tanto di strano in questi occhi che vedono, e in queste orecchie che sentono, vi è posto per altre cose strane che non capisco.
Mario Giacomelli

Prendete una foto di Mario Giacomelli, va bene anche una fotocopia, o una in un catalogo, tenendola in mano camminate lentamente da una stanza molto buia ad una illuminata; mentre camminate, ripeto - lentamente, non distogliete lo sguardo dall'immagine e non preoccupatevi se si sfuoca, se i contorni si schiudono, osservate soltanto cosa accade sul foglio che piano si arricchisce di informazioni: i primi segni, le stesure di "colore" nero e bianco, la quantità di materia aumenta, l'informe assume una ricordanza, un contorno che conquista l'occhio, diventa forma, quindi disposizione e infine, in piena luce, ecco la foto che conosciamo. Questa è una delle cose che mi disse in ospedale, quando andavo per la notte a leggergli poesie. In questo cammino si incontrano i linguaggi usati da Giacomelli nella maggior parte delle sue foto-grafie. Non esiste un ordine, una gerarchia, tra i vari strati comunicativi, se non nell'occhio di chi guarda. Possiamo anche provare a fare il percorso inverso a quello sopra descritto.

…Forse io sono così: non voglio farmi capire per esser meglio capito. Le cose vanno assorbite tra chi le dice e chi le ascolta, perché sono come viaggi all'interno di situazioni sconosciute, vissute prima di allora nell'ombra, per comunicare in un abitato diverso, per una possibilità di gioia sconosciuta.

La foto-grafia di Giacomelli richiede una integrazione diversa da quella che domandano le altre foto. Non è la prima cosa che viene in mente il sovrapporsi di linguaggi, di piani di lettura, la loro combinazione. Personalmente, il mio primo impulso è trascinare l'immagine verso di me, sia esternamente che internamente, magari con la scusa di osservare la carta, l'annuso e non solo per capire l'età. Poi ho una strana sensazione, l'opera si adatta continuamente al mio presente.
Prima puntualizzazione: Mario Giacomelli è oramai entrato a far parte della storia dell'arte italiana, se non lo si trova nei manuali scolastici è un difetto dei compilatori dei manuali e un limite diffuso in Italia che porta a considerare la macchina fotografica diversa dai sassi colorati, legni bruciati, pennelli e colori o bulino, o qualsiasi altro mezzo espressivo.
Giacomelli è uno dei più grandi artisti italiani nel mondo e chiamarlo fotografo senza che tutta la storia dell'arte esulti è come chiamare Picasso "spennelatore".
Mentre l'assistevo alla realizzazione delle varie serie si parlava poco. "Non so se si capisce. Ma intorno alle forme ci sono altre forme. A volte le persone sono vuoti neri e sta intorno ad essi la densità del reale, altre volte sono materia luminosa e attorno a loro scorre la dura e ruvida realtà, il traumatico fluire del tempo" Questo mentre componevamo Felicità raggiunta, si cammina. Le prime volte, quando mi chiamava a serie finita, diceva "Si capisce qualcosa?" io cominciavo titubante una traduzione del testo poetico forzando una aderenza alle immagini e immancabilmente mi bloccavo. "Non hai capito niente. Io non voglio fare come quelli della televisione "Luna rossa…cavallina nera…" e faccio vedere la luna rossa e una cavallina nera". Dopo qualche anno riuscii a capire la potenza espressiva di una personalità priva di -ismi che afferrava la realtà con un gesto che racchiudeva lo spirito forte di tutta l'arte amata e la restituiva come un nuovo irradiarsi di nervi nelle carni. Era il 1984, leggevamo ripetutamente i testi di due poesie che Permunian ci aveva spedito e tra le foto sparse vedevo gli strati grafici divenire indissolubili concrezioni di forma e idea, l'evidenza del soggetto e un informale segreto e tra le immagini, le parole dell'autore "il soggetto é l'idea"; "astratto"; "Vedi la strada bianca continua su quest'altra foto, in queste cicatrici che restano sulla casa…"; "materico"; "guarda, la materia unica del dolore" "informale", "ritmo"…

Nessuna immagine può essere "la realtà", perché la realtà ti capita una volta sola davanti agli occhi.

Era difficile parlare con lui del soggetto, le forme del rappresentato servono prima di tutto alla "contemplazione" come osservazione intensa, assorbimento. Occorre nascondere nell'evidenza la verità (termine usato da Giacomelli quasi quanto "orgasmo"), non deve essere sfacciata, né auto-proclamante. Così come diventa intimo il rapporto tra i vari piani interni all'immagine, diventa anche il dialogo tra la foto-grafia e l'osservatore. È vero, con le foto di Giacomelli esiste la possibilità del corteggiamento, si rischia di innamorarsi ed eroticamente scoprire una realtà pura; se dicessi che la fotografia di Giacomelli, tutta la fotografia di Giacomelli, è una fotografia erotica, dovrei poi spiegare cosa intendo, allora metto una nota a fine documento e continuo il discorso già iniziato. Perché celare e non svelare? Conan Doyle suggeriva di nascondere le cose in posti dove potevano essere più in mostra, così fa Giacomelli: il messaggio (che si crea in ogni espressione) è li davanti ai nostri occhi e può essere letto in più modi; ricordiamoci che la fotografia è, del fotografo, parola rivelata, per povera o ricca che sia.

La fotografia mi ha aiutato a scoprire le cose a, interpretarle e rivelarle. Racconto la conoscenza del mondo, in una architettura interiore dove le vibrazioni sono un continuo fluire di attimi, di avventure liberanti come espressione totale dove sento tutta la completezza della mia esistenza.

Attenzione, diffidate del fatto che tutto si consumi nella prima impressione, ma può essere giusto partire da essa, perlustrare tutto attorno a dove si posa lo sguardo e sicuramente scoprirete il codice. Perché è necessario un codice? Perché già da molto prima dell'ufficiale "società dell'immagine" la comunicazione è stata imbrigliata fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui le verità vengono costruite in modo da non poter essere smontate e riconosciute come forzature.

"Com'è occidentale la perdita, come occidentale è la mancanza dei sostantivi stupore, rivelazione, esperienza, interiorità. Puri fiati della voce, gusci, bozzoli, contenitori del vuoto nell'epoca in cui la verità si consuma attraverso la sintassi della riproducibilità omologata, nell'omogeneità delle sequenze del visibile, di ciò che ci raggiunge mediante lo sguardo, o il tramite degli occhi indipendentemente dalla nostra capacità o possibilità di esperire, di vivere. Senza stupore, senza rivelazione, senza esperienza, senza interiorità."
(Francesco Scarabicchi. Tratto da "le dilettante. Primo quaderno a cura di Katia Migliori." Ed. Quattroventi, Urbino 1996.)

Ecco perché la necessità di qualcosa di più di una bella foto, il bisogno di raccontare che ha l'immagine e l'urgenza che ha il fotografo di trovare interpreti della sua vita e della vita del mondo.

…Un mondo di segni che l'uomo ruba e lascia come storie.

Traccia, orma, documento, testimonianza, prova, sono sinonimi del termine "segno". È normale che i segni che produciamo, oltre ai segni che riusciamo ad individuare ci mettano in comunicazione con le altre persone, ma anche con il resto del mondo sensibile, nonché impercettibile e immateriale.

Le immagini prendono le loro forme dalla vita e come la vita hanno i segni lasciati da una realtà a un'altra, la sperimentazione del mondo.

LA PIETÁ PER LE MACERIE
Il segno non soffre di quel "flusso traumatico del tempo" che Mario Giacomelli ha sempre inseguito e al contempo fuggito (nella prima fotografia cercò di fermare il movimento delle onde marine) sino all'inevitabile.

Il flusso traumatico del tempo e l'esistenza appiattita del quotidiano mi portano a fotografare e a sognare di poter uscire da ciò che è già stabilito e volare nel territorio luminoso dell'immaginario. Lo scavalcamento della realtà mi fa sentire il pulsare di una diversa vitalità e mi aiuta ad aggiungere realtà a realtà, cambiata nel segno e nella forma per produrre nuove domande, in libertà creativa che è per me linguaggio e rappresentazione dell'anima, l'intrigo con le cose grandi della vita, perché esse si donino con un nuovo significato. Non fotografo ciò che vede il mio occhio, ma la mia anima, le foto chiedono non tanto di essere capite, ma interpretate, sono documenti del mio pensiero, sono percezioni e sensazioni.

Il segno porta con se tutto il suo tempo contemporaneamente, dall'origine ai futuri mutamenti; lo si sente nelle parole e nella musica, ma anche nei sapori e più evidente nell'arte visiva, ma in tutto questo la "traccia" ci mette in comunicazione con il passato, non ci permette di indugiare nel presente, ci proietta nel futuro e verso ciò che è assente. Ecco perché Giacomelli poteva andare a fotografare con i suoi amici vedendo quello che nessun altro riusciva a vedere, riusciva a "far saltare i limiti della situazione", non si abbandonava alla profusione di stimoli che incidono sui nostri sensi, raggiungendo le forme più evolute del linguaggio. Io credo anche che sotto ad ogni cosa riposi una poesia sopita e vivente, che respira sollevando a tratti le cose e le persone dall'appiattimento del mondo; in quel momento qualcuno guarda, ma in pochi vedono. Il nostro fotografo è stato uno di questi ultimi, un testimone dell'invisibile che sta sotto ai nostri occhi.
Mario Giacomelli non ha congelato istantanee, non ha catturato attimi fuggenti, ma ha creato spazi per loro, che ancora ci vengono incontro sperando in noi, nella nostra capacità d'interpretare i segni, quindi il mondo; hanno fiducia nella nostra visione, e intanto ospitano il fotografo, c'è il suo corpo, matrice di quegli spazi, e la sua energia. La visione Giacomelliana non è completamente tragica, anche se il tragico gli affollava la vita, Giacomelli ha quella visione che i greci attribuivano a certi dèi e agli eroi.
Esiste una visione dove tutto è fisso, dove l'eternità è immobile, dove nulla deve ricordare il passato e nulla deve presupporre un possibile progresso. L'attimo viene congelato, eternato. Questa è la visione delle divinità dispotiche. C'è poi una visione in preda al tempo, definito a sua volta da Platone "immagine mobile dell'eternità", è la visione dell'uomo che ha davanti a se la morte, ma che ha imparato ad ignorare la sua sorte mortale. È un uomo lontano dalla natura e dall'essenza intima delle cose.
Infine c'è una visione non lineare, ma ciclica, dove tutto è in movimento nel tempo e questo fa sembrare lo spazio attorno contagiato dal sogno, i segni diventano racconto al di fuori del tempo storico; eccolo Giacomelli, che parla alla memoria dell'umanità, che come poeta cerca di risvegliare questa memoria nell'individuo occupato a cercare un senso alla mancanza di senso della nostra singola esistenza e dispiega così al realismo nuove possibilità, il mondo dell'invisibile, il presente disabitato. Il suo è un espressionismo libero dall'immobilità del "qui e ora", dal tragico senza scampo ed offre così una visione che è quella dell'Eroe che appartiene al mondo degli uomini, ma tende a quello del divino; è la visione del poeta che crea senza distanziarsi dal vero per non perdere in giustizia.

"A fasi alterne Giacomelli è sempre stato nell'attenzione di estimatori e detrattori. I primi attratti dal segno anticipatore, forte, difficile, sofferto; i secondi fermi all'epidermide della sofferenza, al tratto solo apparentemente realistico, ingannati dall'uso spregiudicato della tecnica dell'immagine, o dalla trattazione di temi di apparentemente semplice fotogenia" (Giovanna Calvenzi. Dicembre 1987. Persona stimata e a cui Giacomelli ha voluto molto bene, come sarà poi per un'altra grande operatrice nel campo dell'arte, Antonella Russo)

Attenzione: non c'è alcuna nostalgia nelle foto di Giacomelli, il passato è concluso, ma a forma d'anello con il presente che si confonde nel futuro. La memoria è voce che ci ricorda l'origine, porta con se i presupposti per il quotidiano divenire. Lo possiamo notare anche nelle serie fotografiche; è facile trovare composizioni in più varianti, con foto degli anni '60 insieme a quelle degli '80 e '90. Giacomelli rileggeva continuamente le sue interpretazioni e se occorreva cambiava le immagini, vivificando il suo lavoro, e addirittura ne cambiava la stampa, o il taglio (storia diversa hanno invece le modifiche delle serie nel volume monografico edito dalla Logos. In questo caso, essendo Giacomelli già molto malato, non gli fu possibile ristampare alcune delle immagini che occorrevano, si dovette così procedere per similitudine e a volte un po' forzatamente).
Dagli anni '50 Mario Giacomelli realizza reportage sul presente disabitato; reportage particolari costruiti in modo da non concludersi alla fine dell'evento, ma nella visione di chi sta di fronte alla foto, quindi non possiamo ex-cludere dall'interpretazione il mondo dell'Uomo, di colui che non sa più la distanza reale tra se e il resto dell'esistente, un mondo fatto di punti di partenza smarriti, quindi strade piene di gente senza direzione, quindi mete che appaiono irraggiungibili, un miraggio collettivo: in verità siamo solo un riflesso di quello che potevamo essere, non esiste più nulla se non la grafia dell'ultimo osservatore, segni di un linguaggio ottico che raccontano e svelano verità sul mondo attraverso l'immagine d'un sasso, un paio di labbra, un ferro, anche un solo segno nero basta. Per Mario Giacomelli esiste un Anima del mondo, un'unica Energia e ha dimostrato che quando cambia la visione sensibile a Senigallia, cambia anche a New York, come nel resto del mondo e viceversa.
Chi è direttamente o indirettamente, e al di la delle indagini psicologiche sulle assenze/presenze del passato, il destinatario causale e sempre occulto, delle fotografie di Mario Giacomelli? E' colui che dimentica e preferisce la dimenticanza alla verità, spesso mi diceva "Tanto anche tu come gli altri dimenticherai". I "vecchi" depositati e ignorati, la terra sfruttata, distrutta, coperta e abbandonata, quei segni sulla pelle delle donne, degli uomini e del mondo sono prove inconfutabili, generati dalle nostre paure, dalla colpa d'oblio che ci colpisce e dal profondo senso di inadeguatezza nei confronti della vita che cambia attorno a noi non come noi vorremmo cambiasse, ma con la velocità della materia - per usare le parole di Umberto Galimberti - che imprime trasformazioni di tale portata da costringere lo spirito a inseguirle per prender posizione a trasformazione avvenuta. Giacomelli non denuncia, racconta sapendo che l'immagine vale più della parola e se in un certo momento nessuno vuole capire non importa, Mario Giacomelli ancor prima di fotografare ha imparato ad attendere, perché è nato da una povertà che l'ha reso signore e si muove nel tempo e nello spazio con lo stesso passo.
C'è in Giacomelli una pietà naturale, prima ancora che cristiana, ma affatto distante da essa, solo con uno spettro maggiore che comprende la pietà per le macerie.

IL FOTOGRAFO SI DA ALL'ALTRO
Il fotografo si da all'altro, al soggetto, elimina la distanza, realizza l'incontro e non solo all'ospizio, a Lourdes, ma con la terra, il mare, i muri delle case, gli animali, i detriti del tempo e i resti del pasto umano (leggi anche: quello che resta del passaggio dell'uomo).
A un certo punto Giacomelli elimina ogni segno grafico di riferimento per la distanza, perché poi il soggetto dovrà darsi a noi che lo guardiamo scevro da ogni segno che non sia parola del fotografo, una sorta di "rivelazione": la casetta in collina scompare, l'orizzonte svanisce come luogo, come linea spazio-temporale. L'orizzonte mitico e fisico da e verso cui il paesaggio si dispiegava come fogli di giornale dove leggere la storia del mondo e dell'Umanità diventa orizzonte contemporaneo, spaventoso e affascinante, investito anch'esso dal flusso traumatico del tempo che insegue Giacomelli. Un orizzonte che il fotografo non sente come raggiunto, ma rapito dal "progresso", assieme all'Uomo e al resto delle cose. Occorreva quindi sollevarsi da tutto questo, come hanno sempre saputo fare i veri artisti, intesi come creatori. Quale posizione migliore del cielo, se non addirittura quale ruolo migliore?! No, Giacomelli non vuole il posto di Dio giudice, ma da sempre gli parla e alla fine degli anni '70 sembra quasi accostarsi al suo orecchio e sussurrargli "La vita è un esile spazio, il cielo è così vicino… tutto è fradicio qui, un filo di nebbia ci tiene uniti. La terra è un paravento, piccolo cimitero di clown, materia vuota e pagata. Dio non vorrei lamentarmi, tu forse non sai, quaggiù, ferendo e rimarginando, passano i giorni. Saresti stanco anche tu" e con tutta la sua umiltà chiedergli: perché? E mentre gli parla nota una ruga vicino all'orecchio coperto dai capelli bianchi e non sente risposta, mentre gli parla alza veloce lo sguardo verso il suo volto e sembra riconoscere la vecchietta dell'ospizio con gli occhi chiusi e subito dopo l'uomo con la testa enorme incontrato a Lourdes; il giovane prete che non ha voluto fotografare, in lacrime all'incontro con i genitori. Mentre guardava il divino riconobbe la madre muta di fronte a tutta la vita e la ragazza dell'orfanotrofio, travestita da Silvia leopardiana, che mentre il fotografo scattava, pensava "finalmente mi portano via" e il fotografo vide il proprio fratellino sorridente. Click. Ma a parte questa, se si vuole, discutibile proiezione, la scomparsa del cielo non è che la risultante d'una visione avuta molto prima (la pre-veggenza del poeta), quando iniziarono a scomparire i pagliai, la lavorazione della terra divenne a "ritocchino" cioè in verticale verso la punta della collina causando frane. Sparirono gli uomini, le case, e apparvero i tralicci dell'alta tensione e sulla terra suture senza rilievo; l'avvio alla sospensione, vedremo, come già successe con i "pretini", o Scanno.

La fotografia mi ha aiutato a scoprire le cose, interpretarle e rivelarle. Racconto la conoscenza del mondo in una architettura interiore dove le vibrazioni sono un continuo fluire di attimi, di avventure liberanti come espressione totale dove sento tutta la completezza della mia esistenza.

…Le ferite le mostravo prima, ma la ferita era anche una gioia. Non era una ferita di dolore, era un segno, la cicatrice di un male che si era chiuso, che era guarito. Come quando uno viene operato: non c'è più il male, c'è il segno e basta. Adesso purtroppo è tutto diverso non rimane più niente. Adesso è una terra piatta, passa una macchina che taglia, miete, macina…fa tutto. Non c'è più fantasia. Arrivano questi bestioni meccanici e non c'è più gioia in chi lavora, in nessuno.
Frammento di una intervista realizzata da Giorgio G. Negri

Lo scambio di visibilità di segni-segnali testimonia una terribile presa di coscienza sulla natura e sull'uomo: l'uomo è antiquato, come dice G. Anders nel secondo volume de "Sulla distruzione della vita nell'epoca della terza rivoluzione industriale" e ancora: "Cambiare il mondo non basta. Lo facciamo comunque. E, in larga misura, questo cambiamento avviene persino senza la nostra collaborazione. Nostro compito è anche interpretarlo. E ciò, precisamente, per cambiare il cambiamento. Affinché il mondo non continui a cambiare senza di noi. E, alla fine, non si cambi in un mondo senza di noi." Netto è il confine tra la visione orizzontale e quella verticale nei ritratti al paesaggio. Alla fine della visione orizzontale si crea una sospensione del tempo che partendo dal fondo ci riporta al principio creando un anello di tempo che potremmo chiamare "epoca", dal greco epoché: sospensione. Una sospensione che si attua prima nella mente del fotografo, poi nella stampa, e nello stesso tempo nella realtà. Le vecchine di Scanno sono diverse da quelle di Senigallia, le prime sono sospese, se pur viventi, stanno altrove, in uno spazio concluso, in un tempo perfetto; le seconde stanno tutti i giorni davanti al naso di Giacomelli, sono gli specchi di casa, sono il paesaggio urbano, sono la memoria rinchiusa, per non ricordare "che l'esistenza è solo un interrotto essere stato, una cosa che vive del negare e del consumare se stessa, del contraddire se stessa" (F. Nietzsche - Sull'utilità e il danno della storia per la vita.) tutta la vita a costruire se stessi e un senso stando innanzi all'unica previsione possibile: la morte…
La perdita del punto d'origine compromette il raggiungimento di qualsiasi obbiettivo. Scanno e quei paesi con le radici ancora scoperte ai tempi degli scatti, ricordano al fotografo il senso, la direzione e c'è in quella foto del bambino con aura sicura in un ambiente vibrante e pieno d'ombre un autoritratto dell'umanità (forse è per questo che attira lo sguardo di tanta gente). Grazie ad uno strano fenomeno temporale dovuto alla tensione che sempre si crea tra singolo e Umanità, cosa succede? Il fotografo dal presente torna al passato, il bambino dal passato è proiettato verso il futuro, uno di fronte all'altro si compenetrano fornendo realtà uno all'altro e trasformandola tutt'attorno in una sorta di rarefazione nucleare sfolgorante dovuta al flash del fotografo che a qualcuno potrebbe sembrare che risvegli stupore nel bambino-Umanità che mai avrebbe pensato d'essere notato da un semplice "individuo" dopo anni di bestialità in cui l'infanzia dovette nascondersi, negata dal dolore, e peggio: dilaniata dalle mani di ogni singolo individuo che non riconosceva più alcuna Umanità.
Tante volte Mario, se mi è permesso così chiamarlo, me lo ha raccontato: prima la morte del padre, dopo la fame, poi la guerra; mi raccontava di come si nascondeva, dopo che le bombe ebbero sfiorato la sua divisa da soldato italiano (dovette arruolarsi per le minacce contro la sua famiglia) presso il porto di Ancona, i tedeschi lo volevano. Lui stava in campagna nascosto in un pozzo con in testa una tavola di legno e sopra le bottiglie di vino. Lì pensò al dolore che provoca amare l'Umanità e la Vita che genera tali abbagli, come l'uomo. Un altro passo verso la verità: di singolare ed univoco, c'è solo l'Idea, il soggetto è equivoco, potenzialmente un utile riflesso d'Essa.

"quando vedo attraverso lo spessore dell'acqua le piastrelle sul fondo della piscina, non le vedo malgrado l'acqua e i riflessi, le vedo proprio attraverso essi, mediante essi. Se non ci fossero queste distorsioni, queste zebrature di sole, se vedessi senza questa carne la geometria del fondo piastrellato, proprio allora cesserei di vederla quale è, dove è, vale a dire più lontano d'ogni luogo identico. L'acqua stessa, la potenza della massa acquosa, l'elemento sciropposo e luccicante, non posso dire che sia nello spazio; non è altrove, ma non è nella piscina. L'acqua abita la piscina, vi si materializza, ma non vi è contenuta, e se alzo gli occhi verso lo schermo dei cipressi dove gioca il reticolo dei riflessi, non posso negare che l'acqua visiti anch'esso, o almeno vi riverberi la propria essenza attiva e vivente." (Maurice Merleau-Ponty "L'occhio e lo spirito" ed. ES)

Mi sembra che in questa foto (il bambino di Scanno) ci sia l'incontro, che l'Uomo cercava, con se stesso, il suo punto d'arrivo, che fu anche il suo punto di partenza. Quasi un rito che crea conferma nel fotografo della giustizia del suo compito, dell'ordine "segreto" della vita, di non poter sfuggire a ciò che è stabilito e questo al singolo pare una tragedia inevitabile, mentre per l'Umanità è stabilità e verità. La necessaria universalità dell'arte.

ENERGIA
Sento l'uomo più nella natura che nel suo ambiente usuale di vita; questa natura non è solo composizione o materia ma è invece la vita dell'uomo con tutti i suoi martìri, con le stesse rughe, con gli stessi calli che ha l'uomo che lavora, che spera in questa terra; un'altra cosa per me importante.

Il segno nasce visivamente da un gesto e ogni gesto va interpretato, questo vale per l'uomo comune come per l'artista. Il gesto scaturisce da una storia, umana e non; una volta tradotto in realtà non si deve pensare che il gesto sia compiuto; quello che è compiuto è il segno che a sua volta non resta certo inerme, ma più o meno vibrante in relazione a chi l'osserva.

Sono un viaggiatore di sensazioni in terre sconosciute, dove tutto va interpretato.

Le mie foto vogliono illudersi di essere scritture segrete, non belle immagini, non fatte per essere solamente capite, ma interpretate.

L'immagine… è quello che emerge dal contatto con l'esistenza.


Durante un'intervista su Crocenzi: "… la fotografia in fondo è un segno, e va letta; e lui riusciva a farti leggere le cose, non a dartele come immagine, che la potresti dimenticare, ma ti invoglia e ti obbliga a leggere…"

Il tempo è cosparso di segni, così lo spazio, reliquie di qualcosa che è stato, che è e che sarà per sempre, che attirano a se i pellegrini dell'anima, se così vogliamo chiamarla, ma sarebbe più appropriato dire Energia (che tra l'altro ne è sinonimo). Un'energia che da individuale diventa universale e viceversa. Giacomelli parlerà di natura generante energia e di fotografia come deposito di questa energia. Chiave per attingere a questa forza, a questa potenza vitale, sono i segni, individuati e raccolti; segni sacri per il fotografo, perché lo mettono in comunicazione con l'invisibile e non parlo di mitiche divinità, ma dell'invisibile concreto e quotidiano che distrattamente non ascoltiamo e che l'artificio cerca di scrivere e spingercelo sotto gli occhi. Non illudetevi, non ci sono allievi di Giacomelli Mario, c'è chi usa il suo nome, chi cerca di riproporre la sua tecnica, ma la vera eredità sono quelle tracce, quelle testimonianze, quelle prove, i segni lasciati sull'Uomo, sulla Terra, e dentro ancora più dentro, dalle stagioni che urtiamo ciechi di fronte al tempo, sono un linguaggio che, anche quando ermetico, vuole stimolare in noi la nascita delle stesse parole, non come ripetizione, ma come conquista; interpretazione quindi, non comprensione. È tutta questione di educazione, ricevuta o conquistata, di rispetto e di umiltà, non calpestiamo gli spazi, abitiamoli, camminiamo negli spazi di Mario Giacomelli, perché sono gli spazi dell'Uomo, sono nostri, facciamolo cercando i mutamenti dei segni umani, anche quelli che ancora hanno inciso solo le nostre idee e partirei dal pretesto d'un soggetto per poi magari giungere all'invisibile tramite stesure di non-colori e i segni della comunicazione profonda. Il pretesto d'un soggetto: Perché ho paura, di cosa? Da dove sono partito? Cosa ho perso lungo il cammino? Quando è successo? E che cosa ho trovato? Come stanno gli anziani, e dove? E la terra, è completamente "fatta" a favore dell'iper-produzione? La salute è ancora un miracolo? E il linguaggio, la comunicazione ? Nuova e potente, ma mediata, imbrigliata, andrebbe liberata; se le bombe che esplodono nel mondo fossero bombe culturali colpirebbero precise chi appiattisce la realtà, chi con una mano spaventa e con l'altra rassicura, ad ogni grado di comando, e l'unico "botto" lo si farebbe cadendo dal trono. C'è ancora chi possiede l'Uomo e impedisce che si costruisca attorno, perché nulla possa edificarsi dentro, c'è ancora chi non vuole le strade che uniscono i popoli. Le foto di Mario Giacomelli sono arrivate ovunque, anche di contrabbando, anche dove per uno scatto "sbagliato" si rischiava la libertà se non la vita; e Giacomelli ha ricevuto visite pericolose per se e per la famiglia (mai dalla sua amata e rispettata Italia "del Sud" come tanti credevano dopo le foto in Calabria, sull'Aspromonte), perché la fotografia può essere letta da tutti.

Immagini che documentano un respiro umano, una possibilità di riflessione, un differente modo d'informazione, una forza d'urto, un assorbimento poetico, con una grossa forza di penetrazione, una geografia del sistema di linguaggi, di trasformazione del mondo.
Comunicare, dialogare fuori dalle strutture tradizionali, una presa di coscienza come energia pura in una società che vive divisa in classi, quasi a voler fare entrare in comunicazione, tutta la società.
Pensiero e sentimento concorrono alla realtà del quotidiano senza segretezza, al di fuori di strutture abituali, come un gesto poetico-artistico, che è anche intervento e segno, tensione ed energia nelle strade, nei muri della memoria.


LA STRADA É LUNGA
Ma la strada è lunga e occorre avere fede nel respiro poetico che soggiace alle cose. Ora riporto alcune parole di Giuseppe Turroni che più avanti ripeterò: "Queste foto sono una testimonianza. Sono costate dura fatica. Sono fatte di ragione, di tenace lotta con la tecnica, di sentimento fermo, di fiducia nei valori della poesia." Con la poesia Mario Giacomelli ha smosso tanta acqua torbida, ha creato spazi eterni da cui ancora ci parla e chi può entrare e uscire da queste estensioni dell'artista sente che fuori il dolore è sempre più evidente e dentro ad ognuno di noi è sempre più in fondo, spinto a calci lontano dalla luce, unica salvezza. A volte per creare qualcosa da ricordare occorre dimenticare e prima di dimenticare bisogna avere (possedere) qualcosa da dimenticare: la macchina fotografica, le regole compositive, tecniche varie di ripresa e tutto quello che non riguarda la nostra persona e con lei quello che vuole entrare e ciò che vuole uscire, ricordando che non c'è niente che può stare solo fuori o solo dentro. Ecco, la stessa alchimia della camera oscura avviene nella nostra mente, dal fondo appiattito e vuoto, in mezzo a quel visibile, guardato ma non visto sorge l'invisibile, graduale e sottile nel realizzarsi, sicuro nel definirsi, affascinante e violento nel proporsi. Clic!

Sento la necessità di denunciare l'andamento del mondo, le cattiverie, la crudeltà, la disonestà dell'uomo non documentando la realtà, la vergogna dell'uomo, ma dimostrando a me stesso altri spazi, altre tracce dove il linguaggio diventa conoscenza della mia anima e tutto ciò che mi circonda non sia illusione, voglio rivedere ogni cosa nella semplicità dove la mia mente ritorna da capo, dove ogni segno si fa "poesia" per rifabbricare il mio mondo, carico di significati immensi in armonia assoluta con il mio universo e respirare sotto il silenzioso cielo. Nella natura, la sola cosa grande che conosco, nell'incertezza di tutto, io vivo i miei attimi, i miei limiti, i miei difetti, per forza d'ispirazione, di creatività, di linguaggio.

I segni comunicano tra loro; avendo assistito alla composizione di tutte le serie "costruite" a Casa Giacomelli dal 1982, partecipando attivamente dalla fine degli anni '80, so quanto è importante che il dialogo tra i segni fluisca ininterrotto, offrendo qualche volta ad uno spettatore disattento, un soggetto che faccia da copertura al segreto tra fotografia e fotografo, segreti che nessun critico, se pur vicino e scaltro confidente, può svelare, perché bisognava ascoltare i bisbigli, i gemiti, tra il fotografo e le sue foto messe in sequenza sul pavimento e lui in ginocchio davanti a loro, ad accarezzare segni in secondo piano e poi in piedi, per controllare il buon andamento dei rapporti e avanti e indietro, per dare a tutte una parola, perché non si può preferire un figlio all'altro. Le fotografie di Mario Giacomelli sono mie sorelle, io sono Simone Giacomelli.

Ora prima di iniziare la lunga camminata tra le immagini, seguendo vie secondarie che fluiscono in un interrotto scambio direzionale, devo scrivere due cose:
la prima è che chi vuole affrontare in modo filologico (filologia: scienza e tecnica che ha come fine la ricostruzione di un opera nella sua forma più vicina all'originale indagandone la genesi e la struttura.- tratto da Il Nuovo Zingarelli) il percorso di Mario Giacomelli non può evitare la conoscenza profonda della cultura artistica del "fotografo", soprattutto i maestri dell'astratto, dell'informale e del materico (…forse questo è troppo, ma quando parlavamo della luce non mi citava i grandi fotografi, ma il Caravaggio!), poi i pochi fotografi di cui ripetava spesso i nomi: Kertez, Bill Brandt, Koudelka, Cartier-Bresson e in Italia: Monti, Scianna, Gianni Berengo Gardin. Inoltre va considerato che i dati a nostra disposizione a volte sfiorano la leggenda e che in realtà non esistono serie foto-grafiche concluse, ma immagini pronunciate, quindi capita di trovare e ritrovare in racconti differenti la stessa immagine, oppure racconti le cui immagini, dai '70 a oggi sono state cambiate più volte , racconti che possono, ogni volta narrati, rivelare la coerenza della personalità creativa versus l'incoerenza e i dubbi che la vita rifletteva sull'uomo Mario.
La seconda ed ultima cosa; Giacomelli prima ancora di dedicarsi alla Fotografia amava scrivere critiche personali al lavoro di alcuni artisti particolarmente conosciuti. Riporto qui alcune righe di uno scritto su Kandisky:

Kandisky si accorse per primo con chiarezza che in pittura la possibilità espressiva può essere suggerita dagli oggetti…ma può anche essere senza oggetti, quando questi non siano più sentiti come necessari per esprimere uno stato d'animo, un sentimento, un idea. Tutti i linguaggi moderni specialmente delle avanguardie più avanzate, più innovatrici si basano sul rapporto tra azione psichica e azione estetica…L'astrattismo non esclude il valore della figurazione, esclude la norma che per fare arte si debba essere soltanto figurativi. Gli astrattisti si sono opposti al verismo, all'abbellimento del vero esterno, alle figure in posa, ai paesaggi ripetuti ormai di maniera. Questi astrattisti hanno voluto dipingere non più il limite, l'apparenza degli oggetti, l'infinito, l'idea, il senso misterioso di rapporti che vanno oltre l'apparenza…Quindi, bisogna liberare l'occhio da tante altre immagini e preconcetti che agiscono su noi come persuasori occulti, che fin dai primi anni dopo l'infanzia, hanno fatto amare immagini banali, esteriori, o frasi come questa: "l'arte è imitazione della natura" o l'arte è cuore, e tante altre simili accettate come dogmi. Dopo essersi liberati da questi ingombri che gli offuscano l'occhio, bisogna per prima cosa che si abitui a capire gli impressionisti…, i simbolisti, poi, hanno dato valore allo stato d'animo e non più alla imitazione della natura, poi vengono gli espressionisti, che hanno deformato sempre più la realtà per renderla viva. Vedete quante cose bisogna conoscere e inquadrare nella società in cui quest'arte nasce e vive. È troppo difficile? Non direi: tutti possono arrivarci, ma certamente la libertà del giudizio critico bisogna conquistarsela, perché è una libertà che implica un processo al nostro occhio, a noi stessi e non soltanto all'opera da giudicare.

NOTA SULL'EROTISMO
L'Erotismo non si può confondere con l'Amore o con il Sesso; vi è in essi, ma non si identifica con essi.
L'erotico mira alla dissoluzione dell'individuo in favore di una universale appartenenza, di una totale partecipazione. Erotismo per una reperibilità del senso, che altrimenti verrebbe stracciato dal flusso del tempo, divorato dalla morte. Ecco, l'Erotismo ci distrae dalla morte, forse distrae la morte stessa che si lascia accarezzare, che si lascia guardare nella sua nudità perfetta e incomprensibile. L'Erotismo è una forza prestata all'Uomo dal Divino per permetterci di tornare ad uno stato di pre-memoria, per non ricordarci mentre i bambini giocano al mare, gli amanti si amano sotto luci neo-realistiche o nei campi psichedelici, mentre i pellegrini pregano, i contadini lavorano e uccidono il maiale, mentre la terra muore e come lei tutti noi invecchiamo e soffriamo, mentre la luce gioca e racconta, per non ricordarci ciò che in fondo è la nostra esistenza: "qualcosa di imperfetto che non può essere mai compiuto" (Nietzsche F.); qualcuno può farmi presente che Eros e Tanathos vanno sempre a braccetto, è vero, ma per esistere hanno dovuto separare i propri tempi e quando sarà il tempo di conoscere la morte, dalla piccola morte alla Morte signora, diamo ad essa, perché solo questo ci è concesso, la nostra individualità salvando così per sempre, noi stessi, l'Umanità, che se pur dolente è la sola potenza a cui possiamo (dobbiamo) rivolgerci su questo pianeta.
Mario (che conquista chiamarlo per nome!) mi diceva spesso: "Al mondo ci son tanti stronzi, per questo io cerco l'umanità, amo l'umanità, la gente che si riempie d'umanità e non di sé". L'ultima volta che me lo disse era quasi l'ora di pranzo, pochi giorni prima di mettersi a letto per non rialzarsi. Era semi-sdraiato sull'erba del giardino di casa, appoggiato sul gomito, sotto un alberello che piantò la madre, a fianco del piccolo roseto. In quell'occasione aggiunse: "sono furbi i gatti…la vita è l'orgasmo più grande, la cosa più bella che ti possono dare e togliere."

Da quando iniziò a fotografare, Mario Giacomelli, ebbe, più chiaramente,la vita attraversata dal "mistico grido di giubilo di Dioniso" che spezza la catena dell'individuazione e "apre la via verso le Madri dell'essere, verso l'essenza intima delle cose." Questo, siatene certi, comporta dolore, anche se, quando si riesce ad esprimere e comunicare dona vitali soddisfazioni. Almeno per noi mortali. Questo è per me l'Erotismo e George Battaille corona con "Dell'erotismo si può dire che è l'affermazione della vita fin dentro la morte."


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